Buongiorno a voi tutti e grazie per essere qui. È vero quel che ha raccontato il Presidente Burlando: l'idea di questo incontro ci è venuta in occasione di una bella cerimonia al Quirinale, quando abbiamo ricevuto una rappresentanza di volontari impegnatisi nell'alluvione di Genova. Ci siamo detti che bisognava partire da quella esperienza, da quella vicenda drammatica, dagli insegnamenti che se ne possono trarre, per affrontare situazioni e problemi di carattere più generale, di carattere realmente nazionale. Ecco, quindi, l'incontro qui a Vernazza con i rappresentanti di altre regioni e zone colpite, con i rappresentanti del governo, del Parlamento, delle Regioni, e ringrazio quanti sono intervenuti questa mattina.
Credo sia stato giusto che ci incontrassimo, questa volta, non in una grande città come Genova, colpita così duramente dall'alluvione, così provata, e anche capace di dare dimostrazione straordinaria della capacità di risposta agli eventi, ma in un microcosmo come Vernazza, che ha rappresentato uno degli epicentri dell'alluvione in queste Cinque Terre, che sono - lo sappiamo - "patrimonio dell'umanità", un gioiello straordinario di bellezza e di ricchezza dal punto di vista paesaggistico e anche dal punto di vista umano e civile.
Gli obbiettivi di questo nostro incontro erano e sono rimasti due. Il primo: mettere in luce, riconoscere e prendere ad esempio la mobilitazione che c'è stata di fronte a gravissime avversità. E qui, veramente, va spesa una parola particolare per Vernazza: ho potuto vedere meglio, venendo qui, attraverso le foto che sono state esposte, che cosa era Vernazza all'indomani dell'evento alluvionale franoso, e che cosa è oggi, come in breve tempo abbia saputo davvero rinascere. Il Sindaco di Vernazza e il Sindaco di Saponara hanno detto: «Lo Stato lo abbiamo visto, lo Stato lo abbiamo sentito». E si riferivano allo Stato capace di intervenire nell'emergenza, capace di rispondere e di reagire alle avversità. Hanno citato le forze del nostro Stato che si sono impegnate, che hanno dato un contributo determinante: i Vigili del Fuoco, le Forze Armate, la Protezione Civile. E poi, l'altra grande realtà accanto a quella dello Stato: la solidarietà e il volontariato - e io ringrazio Olenka qui a Vernazza, e Nicola di Saponara per quello che hanno fatto e per quello che hanno rappresentato. Di questa grande risorsa è ricco il nostro Paese e in tante occasioni lo abbiamo sperimentato.
Mancava solo una cosa nell'elenco che ha fatto il Sindaco di Vernazza: lo Stato, Forze Armate, Protezione Civile, Vigili del Fuoco. Mancava il soggetto Sindaci, perché dello Stato che si è sentito, dello Stato che ha dato prova straordinaria di sé, i Sindaci sono parte integrante. E sono veramente grato al Sindaco di Vernazza, a nome delle istituzioni tutte, per quello che ha fatto e per l'esempio che ha dato.
Il secondo obbiettivo era ed è sollevare, ancora una volta e più che mai, il grande problema nazionale della tutela, della cura, della valorizzazione del territorio, essendo impegno e dovere fondamentale quello di garantirne la sicurezza, in particolare dal rischio di dissesto idrogeologico che è un rischio di cui il nostro Paese soffre, a cui è esposto in un modo particolare.
Si è parlato molto di emergenza e di prevenzione. Passare - si dice nel titolo stesso di questo nostro incontro - "dall'emergenza alla prevenzione". Non è un problema nuovo ma è un problema che ci trasciniamo da decenni, un problema che è, direi, parte costitutiva del nostro essere come Paese fisico. E possiamo rammentare eventi lontani che per la prima volta ci diedero il senso di questo rischio e videro già allora una grande mobilitazione di energie dello Stato, della società civile all'opera e del volontariato. Ricordiamo l'alluvione di Firenze, nel 1966: cosa fu di straordinario! Anche allora avemmo volontari, italiani e stranieri. Già allora, negli anni Sessanta per non dire negli anni Cinquanta, si poneva il problema della difesa del suolo, della messa in sicurezza del territorio dal rischio di dissesto idrogeologico. Nello stesso tempo abbiamo dovuto fare - e dobbiamo ancora fare - i conti anche con il rischio sismico.
A distanza di decenni, cosa possiamo dire? Si è trattato di una lunga storia di piani, di stanziamenti, di progetti, via via disgregatisi, persisi per strada, non portati a compimento. Questa è la dura storia, questa è la realtà. Quante volte abbiamo aperto questo capitolo e poi ce ne siamo dimenticati, o lo abbiamo chiuso alla meglio, o abbiamo rinviato ad un successivo piano quello che non eravamo stati capaci di fare realizzando il piano precedente? Oggi bisogna dire che quel rischio antico si è fatto più acuto, ha assunto dimensioni diverse, forme più violente perché siamo - piaccia o no, e per quante discussioni ci possano ancora essere sul piano scientifico circa la esatta misurazione di questo cambiamento - nell'epoca del cambiamento climatico: di qui la violenza e la frequenza dei fenomeni che si abbattono sul nostro Paese. Quindi sono le alluvioni, ma non le alluvioni di sempre; sono le frane, ma non le frane di sempre: e abbiamo bisogno di un impegno ancor più forte, ancora più determinato.
Ci sono problemi da affrontare e ci sono nodi da sciogliere. Certo, c'è un nodo di volontà politica che non significa solo essere o meno capaci di esprimere consenso in Parlamento intorno ad una esigenza o a una decisione una tantum. Volontà politica significa essere anche capaci di gestire, di amministrare, di portare avanti concretamente quello che si è deciso. È bene non essere reticenti: c'è un problema di volontà politica nazionale e c'è un problema di volontà politica locale; c'è un problema di capacità, coerenza e continuità di governo e c'è un problema di lungimiranza nel governo locale. Perché anche al livello locale bisogna essere capaci di resistere alle pressioni improprie, di resistere alla tentazione del facile consenso, del dire di sì quando si deve dire no, del dare precedenza a qualcosa a cui non bisogna dare precedenza. Ci si faccia concorrenza tra le forze politiche, si competa a viso aperto a tutti i livelli - e come si dice, vinca il migliore - ma non ci si faccia concorrenza elettorale su cose su cui non bisogna farsi concorrenza elettorale, su cose su cui non bisogna disputarsi un consenso forviante, un consenso deteriore.
Ci sono poi questioni di procedure. Ho ascoltato con attenzione l'intervento del dottor Gabrielli, che ha detto cose molto precise, anche amare e sagge. Parliamo della Protezione Civile perché è probabile che prima si sia presa una strada, e poi si sia fatto bruscamente in qualche modo marcia indietro. Bisogna stare attenti. Il fatto è che a un dato punto ci si era illusi che con queste parolette - "Protezione Civile" - si potessero bypassare problemi di riforma del modo di essere dell'amministrazione pubblica. Questo è il punto! È sembrato molto semplice scrivere «in deroga a tutte le leggi e alle disposizioni vigenti», pensando che così si fa magari anche un auditorium, si fanno molte opere benemerite (e se ne sono concepite diverse in nome del Centocinquantesimo dell'Unità d'Italia, c'entrassero o no con l'Unità d'Italia). Ma così non si risolvono i problemi, perché non è questione di continuare con un "drizzone" che si è rivelato insostenibile e anche pericoloso. E però non è nemmeno questione di rimettere in piedi procedure defatiganti e che non portano da nessuna parte. Bisogna avere la capacità di riformare le procedure dell'amministrazione ordinaria e di dare alla Protezione Civile lo spazio che le compete, e anche la capacità di azione efficiente che le è indispensabile.
Cosa è successo nel passato lo sappiamo, e lo hanno detto molto bene sia Gabrielli sia il ministro Clini: dei piani, dei progetti, degli interventi che erano stati programmati, a distanza di tre anni non si sa nemmeno quanti abbiano trovato ultimazione, quanti siano stati o possano essere avviati.
E qui veniamo allo Stato: non lo Stato luminoso dell'emergenza, della mobilitazione di fronte alle avversità, ma lo Stato di tutti i giorni. E vediamo uno Stato che non è nemmeno capace di controllare quello che fa. Ma questo non è uno Stato moderno, non è lo Stato di cui abbiamo bisogno. Non lo è quando - come ci ha detto il ministro Clini - si fa una cosa importante, perché con la legge finanziaria 2010 si è introdotta una procedura programmata per accordi di programma tra Ministero e Regioni in materia di difesa del suolo dal rischio idrogeologico, e si stanzia un miliardo; e poi da questo miliardo si tolgono via 200 milioni per i danni provocati dalle alluvioni, cioè per l'emergenza, e gli altri 800 milioni si azzerano per contribuire alla copertura parziale del debito pubblico. Ebbene, io vorrei sapere: quanto debito pubblico in più facciamo risparmiando quegli 800 milioni e dovendone poi spendere non sappiamo quanti per l'emergenza? Quanto ci costerà, in definitiva, l'emergenza per le alluvioni in Liguria, nel Messinese e in altre parti di Italia? E alla fine andiamo a vedere se è più o meno di quegli 800 milioni che abbiamo tagliato via da un programma di cui c'era assoluto bisogno.
E vengo quindi al punto delle risorse finanziarie. È un discorso penoso. Il Presidente Burlando ci ha detto del suo travaglio, anche del suo disagio, per esempio di fronte ai cittadini di Varazza che abbiamo incontrato qui, i quali attendevano fondi che poi sono scomparsi; oppure quando gli si dice: "ci sono 100 milioni", e poi "45", e "no, meno 18, e vedi tu dove tagliare"...
Ma qual è allora la questione di fondo? Abbiamo risorse limitate, e avremo risorse limitate sul bilancio dello Stato e questo, piaccia o non piaccia, dobbiamo capirlo tutti. Non potevamo andare avanti con questa montagna di debito sulle spalle e non possiamo scaricare questa montagna di debito pubblico sulle spalle dei giovani, sulle spalle delle giovani generazioni. È un dovere istituzionale, politico e morale abbattere il debito pubblico, gradualmente ma decisamente, con costanza e con continuità. Di qui gli impegni che sono stati presi, che ha preso prima il governo Berlusconi e che da ultimo ha preso e sta prendendo il governo Monti, anche perché su quella montagna di debito pubblico oramai si avventavano i mercati finanziari anche nella loro componente speculativa e finivamo per pagare sempre di più il costo del debito pubblico.
Qui si parla di un miliardo, quello che era il minimo necessario per realizzare il fondo straordinario di interventi di sicurezza dal rischio idrogeologico. Ma quanti miliardi pagheremo nel 2012 per i titoli del debito pubblico? Noi paghiamo oramai tra il 4 e il 5 per cento del prodotto lordo annuo come servizio del debito, 70 e più miliardi l'anno. Immaginate cosa si potrebbe fare avendo un po' di debito pubblico in meno e quindi un po' meno di costo degli interessi sul debito pubblico da pagare ogni anno. Potremo avere 10, 20, 30 miliardi, non solo due, da destinare a sicure priorità nell'interesse del Paese, nell'interesse dello sviluppo dell'occupazione e nell'interesse del progresso civile del nostro Paese.
Allora, le priorità. Si dice che si stia per avviare una revisione selettiva della spesa pubblica. Questa è la strada maestra, perché se si taglia alla cieca non si va da nessuna parte e si producono disastri di ogni genere, si calpestano esigenze indispensabili; ed è venuto il momento di dire che non è vero che non è possibile stabilire priorità. Guardate che me lo sono sentito dire: le priorità non esistono, tutto è prioritario e niente è prioritario. Questa è la negazione della politica, perché la politica è anche responsabilità e sapienza delle scelte. Bisogna dire: questo è prioritario, e quest'altro no, questo si può tagliare senza grave danno per la collettività, e invece tagliare quest'altro è di grave danno per la collettività. Dobbiamo riuscire a fare questa selezione e dobbiamo in questo modo trovare le risorse per una grande politica: chiamiamolo pure nuovo piano per la difesa e la valorizzazione del territorio.
L'altra cosa fondamentale è avere continuità nelle politiche pubbliche di medio-lungo periodo: perché ci sono decisioni che si possono prendere da un anno all'altro, decisioni la cui attuazione può richiedere un tempo limitato (magari se non da un anno all'altro, da una legislatura all'altra); ma ci sono politiche pubbliche di medio-lungo periodo, soprattutto politiche di investimento, le quali richiedono continuità negli indirizzi e disponibilità di risorse per periodi più lunghi. E anche se dopo cinque anni - e talvolta càpita prima, come sappiamo - si torna a votare, e cambia la maggioranza, e cambia il governo, bisogna garantire la continuità di quelle politiche. Ci si può dividere: io non ho mai avuto il timore, che forse qualcuno ha, che un bel giorno in Italia ci si ritrovi tutti d'accordo su tutto, non credo che questo sia un pericolo concreto. Il pericolo è piuttosto che ci si trovi in disaccordo su tutto; il pericolo è che non si capisca che, nella libertà e anche nell'asprezza della competizione politica e dell'avvicendarsi delle maggioranze e dei governi, ci sono questioni, ci sono politiche su cui bisogna trovare una convergenza e andare avanti per tutto il tempo necessario a garantire il successo di quelle politiche nell'interesse generale.
Io credo che a questo noi dobbiamo lavorare, questa è la lezione che dobbiamo trarre. Ci togliamo il cappello con pieno riconoscimento dinanzi allo Stato dell'emergenza e della solidarietà, della capacità di reazione alle avversità e di vicinanza alla popolazione e alle persone; e dobbiamo invece riorganizzare, rifondare lo Stato dell'amministrazione ordinaria, lo Stato distributore ed erogatore di risorse, lo Stato garante dell'attuazione delle leggi e degli impegni. Questo è lo Stato che manca, questo è lo Stato di cui abbiamo bisogno.
Caro Sindaco, tu hai concluso dicendo come ha concluso anche il sindaco di Saponara: «Grazie al Presidente abbiamo una grande speranza». Io ricambio il grazie, perché venire qui mi serve, mi aiuta, mi fa capire e mi conforta. E sapete benissimo che quella che per voi è grande speranza, per me è grande responsabilità.
Vernazza 21/03/2012